La Speleologia come esperienza di vita

di Giancarlo Cappanera.

Relazione tenuta il 14 marzo 1973 in occasione della “2° Rassegna Speleologica” organizzata ad Ancona dal Gruppo Speleologico Marchigiano C. A. I .

Che lo Sport sia una delle manifestazioni sociali più sentite e diffuse è una cosa ben nota. La maggior parte delle sue specialità esalta però la qualità del singolo che si misura con un altro sul piano della forza fisica, anche in quei rami dove i contendenti dell’una e dell’altra parte sono più di uno.

La Speleologia invece si differenzia nettamente da tutti gli altri sport per lo spirito con il quale, in particolar modo i giovani, l’affrontano. Possiamo dire che esclusi certi aspetti dell’alpinismo, nessun altro sport vive ed agisce nelle stesse particolari condizioni psico-sociali di coloro che la praticano. Andare in grotta per lo speleologo non è misurarsi con altri concorrenti, è soprattutto misurarsi con se stesso, trovare dentro la vera identità del proprio io.

Le imprese scientifiche che esigono il contributo diretto e fisico dei loro protagonisti sono ormai poche da quando la tecnologia si è sostituita alle capacità di resistenza umana, da quando in pratica si sono abbandonate le esplorazioni polari. Quelle speleologiche appartengono appunto a questo ristretto novero e  richiedono spesso sacrifici notevoli, comportano rischi che sebbene non eccessivi, non tutti sono disposti ad affrontare; è per questo perciò che lo speleologo può definirsi l’ultimo esploratore.

LUNGOSotto terra l’uomo si offre alla natura nella sua vera dimensione, lo sconvolgente e maestoso ambiente ipogeo lo pone di fronte ai suoi problemi in maniera più vera e viva. Diventa parte integrante della natura, la fa sua e la ama.

Lì sotto ci si sente uomini semplici, ci si scarica dallo stress del lavoro, dello studio, da tutte quelle cose opprimenti che spesso ci fanno sognare un agognato momento di tranquilla solitudine.

Ricordo le sensazioni che provai quando tra i primi esseri umani entrai per la prima volta nella Grotta Grande del Vento. Il pensiero che nessuno prima di me aveva visto ciò che vedevo mi faceva sentire non presuntuoso, ma grande; vivevo in me stesso sensazioni eteree di infinita dolcezza, mi sentivo più  buono e ringraziavo continuamente Iddio per la fortuna ed il privilegio che mi aveva concesso.

Sembra strano pronunciare queste parole ai nostri giorni ma come non provare ciò davanti ad uno scenario così più grande di noi?

 

In quei momenti ho pensato a tante cose, al mio passato, alle paure che mi sono preso, alle volte che passando sotto  Valmontagnana, il monte dentro il quale si sviluppa la grotta, dicevo a me stesso: “beati coloro che per primi entreranno lì dentro”. I sacrifici che avevo fatto fino ad allora mi sono apparsi come una cosa naturale nella logica delle cose, le mie malattie, i problemi della scuola, del lavoro, tutto ritornava nella loro giusta dimensione e mi sembrava così  chiaro.

In quei momenti ho pensato anche ai miei familiari, ho immaginato le paure di mia madre quando sapeva che ero sotto terra, alla faccia che fece mia moglie quando per la prima volta le dissi che ero uno speleologo.

Tutto era  vivo in me  e questa sensazione la vedevo scritta negli occhi e nei volti felici dei miei compagni; ci sentivamo ancora una volta e come non mai uniti.

Vedete uno degli aspetti più validi di questo sport  è quello sociale. Nessuno può fare della speleologia da solo, i risultati si ottengono solo se si lavora in un equipe efficiente ed affiatata.

La fiducia reciproca deve essere assolutamente cieca. Chi si fiderebbe di calarsi in un pozzo di cento metri senza essere certo che chi sta sopra tiene la corda della sicura con la stessa attenzione come se fosse in gioco la sua stessa vita?

In questo clima sorge spontaneamente una forma di vita comunitaria in cui i contatti umani sono semplificati all’estremo, in cui il bene comune è posto sempre al di sopra del bene personale.

Si perde in fretta ogni sovrastruttura che la società di oggi ci ha creato, ci si forma tutti in un’ amicizia così  sincera e sicura tale che tra di noi vige un detto: “L’amicizia da speleologo non muore mai”.

Ecco perchè la Speleologia  è uno sport- scientifico altamente formativo e sociale.

Non si dimentichi ancora che proprio gli speleologi sono stati tra i primi a considerare l’ambiente, oggetto dei loro studi, dal punto di vista ecologico e della conservazione.

Mi piace ricordare a questo proposito un indovinato motto dei colleghi americani: “Prendere soltanto fotografie, lasciare soltanto l’impronta delle scarpe”.

 

Con questi impressioni spero di avervi tracciato quale sia l’esperienza di vita che si può fare andando in grotta ma vorrei sottolineare ancora quanto la ricerca dell’essenza profonda della propria esistenza sia una delle caratteristiche peculiari dello speleologo.

La natura non è mai avara con chi la ama, spesso proprio dalla luce zero della grotta, sua prima dimora, l’uomo può apprezzare ed amare con più convinzione le cose che lo circondano.

A questo proposito, per concludere, vorrei citare un brano della preghiera di quella nobile figura che fu lo speleologo francese Marcel Lubens:
“Signore, ti ho cercato tra vette ed abissi e dovunque ho trovato palese il tuo segno, ma quaggiù più che mai la mia anima è piena della tua pace”.

 

“Frasassi 25 anni dopo”

Ho disceso l’abisso più profondo del cuore
e ho risalito,
in contrasto,
le mie infinite condotte forzate.

Quando non vidi più quella mano che
reggeva la sicura della vita,
ho cercato
in giù,
mèta ancora invisibile,
le luci delle acetileni.

Il buio
amico di tante paure
nascondeva tra le sue pareti
un sogno di speranza
superato
dallo stupore della luce.

Allora ho letto nell’immensità del “Vento”
la bontà del Signore

Quando ho rivisto lassù
la mia porzione di stelle
ho cercato il fresco odore della notte
in attesa
che il sole scoprisse
nel sorriso dei compagni
la mia vittoria.

25/9/1996

(Giancarlo Cappanera)

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