Storia del GRUPPO SPELEOLOGICO MARCHIGIANO di Ancona.

Autore:  Giancarlo Cappanera, speleologo del G.S.M Ancona.

Prefazione:

Non è facile scrivere e documentare, dopo quasi 70 anni, la storia del Gruppo Speleologico Marchigiano (G.S.M)  ma il senso di riconoscenza per i valori e per le emozioni che ho ricevuto come iscritto mi inducono, in mancanza di altri, a non fare disperdere la memoria di una grande passione che nel tempo si è  rigenerata continuamente in quei giovani marchigiani (non solo di Ancona) che hanno partecipato attivamente alla vita sociale.

Dedico questo modestissimo ricordo agli speleologi marchigiani, di ogni luogo e città, che da domani inizieranno per la prima volta a calarsi nel mondo ipogeo, con la speranza che l’esempio di chi li ha preceduti possa essere loro da guida.

Molte delle notizie storiche che riporto le ho ottenute di prima mano, nel tempo, intervistando direttamente  alcuni protagonisti principali, in particolare Carlo Pegorari, ma anche Mario Marchetti e Pietro Pazzaglia. Naturalmente le fonti, la loro memoria e la mia potrebbero risultare imprecise; pertanto, sarò grato a coloro che mi aiuteranno a ricostruire più esattamente le molte parti mancanti.

Questo limite causerà inevitabilmente, già in partenza, errori o omissioni relativi ad avvenimenti e protagonisti, che mi auguro di sanare nel tempo con l’aiuto degli interessati  più informati. Da sempre, il compito di ogni storico è quello di non limitarsi a raccontare i fatti ma anche di interpretarli e commentarli; io cercherò di farlo anche se con  i limiti dell’oggettività personale avendoli vissuti, in parte, direttamente.

Mi scuso in partenza con tutti.

Cenni storici sulla Speleologia nelle Marche prima del 900′

Come noto, la vera speleologia moderna nacque nell’Ottocento con il diffondersi della cultura geologica in seguito alle nuove necessità di conoscenza di un territorio che iniziava ad essere profondamente trasformato dalle attività umane.

Nel 1809 Procaccini Ricci pubblicò “Memorie sulla grotta di Frassassi nei contorni di Fabriano” anche detta “Grotta della Madonna”. Negli atti della Reale Accademia dei Lincei, nel 1880 apparse, per la stessa cavità, un interessante studio dei Professori Scarabelli, Gommi e Flamini “Sugli scavi della caverna di Frasassi”corredato da rilievi geologici e dalle analisi  effettuate sui  reperti  paleontologici ivi rinvenuti.Il primo riscontro ufficiale di questo nuovo interesse si ebbe però nelle Marche nel 1883 quando al Teatro “Gentile da Fabriano” della città omonima si tenne il “3° Raduno Geologico e Speleologico Nazionale” al quale parteciparono i più importanti esperti di allora: Quintino Sella ed i professori  Pignorini, Canavari, Scarabelli e Cappellini. Animatore e promotore della manifestazione fu Mons. Aurelio Zonghi di Fabriano.

Tra le due guerre mondiali, dopo la nascita, nel 1932, della sezione C.A.I. di Ancona, si formò il “Gruppo Speleologico Anconitano C.A.I.“, da annoverarsi come il primo tentativo di attività speleologica organizzata nella regione. Risulta dagli atti ufficiali che, nel 1933, il Cav. Duilio Paoloni, del sodalizio anconetano, presentò una relazione al 1° Congresso Speleologico Nazionale di Trieste. Probabilmente, l’avvento della guerra impedì il consolidamento della struttura organizzativa e l’espansione delle attività, tanto che, terminato il conflitto mondiale, non risulta che la sede C.A.I. di Ancona riprese una qualche sorta di attività speleologica.

Il 1948, anno di fondazione del Gruppo Speleologico Marchigiano

 

La prima tessera di iscrizione al Gruppo Speleologico Marchigiano.  Il verso 97 del Canto 26° dell’Inferno di Dante motto dell’associazione: “Vincer potero dentro di me l’ardore ch’i ebbi a DIVENIR DEL MONDO ESPERTO e de li vizi umani e del valore”

 

Solo nel Gennaio del 1948 per iniziativa del geologo Prof. Villa e  dello zoologo Prof. Moretti dell’Università di Camerino e di Carlo Pegorari e Mario Marchetti si costituì ad Ancona il Gruppo Speleologico Marchigiano. Il recapito del G. S. M fu fissato presso l’Ente Provinciale del Turismo in via Vecchini e ciò ci fa capire quanto si diedero da fare i promotori  per coinvolgere nell’iniziativa,   in un periodo difficilissimo,   le autorità amministrative di allora. Scopo di tutti era quello di fondare un’associazione che riunisse sotto l’egida dell’interesse e della passione per le grotte tutti gli amanti marchigiani del carsismo e della speleologia onde conoscere e valorizzare tante parti del territorio ancora  poco note.

I soci fondatori furono 13:

Dott. Mario Marchetti Dott. Carlo Pegorari Prof. Giampaolo Moretti
Prof. Giovanni Villa Ing. Paolo Beer Prof. ssa Maria Griffa
Prof. Aldo Gusso Ing. Carlo Catena Sig. Aitelli Aldo
Prof. Papadontonakis Sellio Dott. Ulisse Carlo, Direttore dell’Ente Provinciale del Turismo di Ancona Gino Nardi (giornalista)

 Avv. Arnaldo Ciani

Furono eletti  Presidente, Giampaolo  Moretti e Segretario  Carlo  Pegorari.

Tale era l’entusiasmo e la convinzione che da subito si decise la formazione di un Comitato Tecnico nell’ambito del quale si distribuirono i seguenti incarichi di coordinamento:

Geologia Prof. Villa
Mineralogia Ing. Catena
Zoologia Dott. Marchetti
Turismo Dott. Ulisse
Collegamento con il C. A. I Prof. Gusso della Sezione C. A. I di Ancona
Responsabile stampa Gino Nardi

Fu stabilita una quota di iscrizione annuale di lire 300.

 

Alcuni Soci fondatori

 

Dott.Mario Marchetti, scopritore della Grotta del Fiume di Frasassi e padre della Speleologia marchigiana (1913-1996).

 

Ing. Paolo Beer

 

Prof.Giampaolo Moretti, Zoologo (1910-1997)

 

Prof. Aldo Gusso, Ginecologo

 

Le prime informative pubbliche

 

Articolo pubblicato il 02 febbraio 1948 sul quotidiano di Ancona “Voce Adriatica”.

 

Articolo pubblicato il 30 gennaio 1948 sul quotidiano di Ancona “Voce Adriatica”.

 

Prime adesioni regionali  all’Associazione G.S.M

La nascita del G. S. M fu accolta con entusiasmo da molti appassionati tanto che alla fine del 1948 già si potevano annoverare n. 43 soci residenti non solo ad Ancona ma anche a Fabriano, Jesi, Osimo, Piobbico, Urbino, Macerata, Camerino, Porto Civitanova, Genga.

Il bilancio economico del primo anno di attività fu sorprendente:
entrate Lire 21.440;
uscite Lire 14.932;
cassa Lire 6.508.

Le prime esplorazioni e le prime scoperte

Le attività di esplorazione iniziarono subito principalmente con la visita  alle località carsiche più conosciute, la zona di Genga e della Gola della Rossa ed il Monte Cucco. L’entusiasmo notoriamente fa nascere speranze e sogni che sono i carburanti senza i quali, con il tempo, tutto diventa più difficile; anche i primi soci del G. S. M speravano di emulare le lontane imprese degli speleologi di Francia (dove si è sviluppata la Speleologia moderna) o di raggiungere almeno i ragguardevoli risultati ottenuti, con sensazionali  esplorazioni, dai fortunati colleghi di Trieste e Roma. Serviva però una scoperta che catalizzasse l’interesse di tutti per dare un forte slancio alle attività. Coraggio e fortuna, come sempre, svolsero la loro parte.

LA FONDAMENTALE SCOPERTA DELLA “GROTTA del FIUME” a FRASASSI

Fu proprio in una delle prime esplorazioni del territorio di Frasassi che il 28/6/1948 il Dott. Mario Marchetti scoprì la Grotta del Fiume.

Ecco come, all’intero della “Guida generale delle Marche” (1950, Ed. Smegar, stampato dalla tipografia Venturini, Ancona – pp73-80), nella sezione intitolata ‘ La zona speleologica di San Vittore di Frasassi ‘ parla di questa scoperta:

La Grotta del Fiume, cavità di cui si ignorava l’esistenza pur trovandosi in una località facilmente accessibile, fu da me incidentalmente scoperta allorchè avevo attraversato su di un battello pneumatico in compagnia dell’Ing. Paolo Beer il fiume Sentino per visitare una grotticella che si apre quasi sul pelo delle acque, sulla riva sinistra del fiume, pochi metri prima che la Gola di Frasassi abbia termine. Fu appunto sulla via del ritorno che mi accadde di notare come a metà circa della rapida ed alta scarpata antistante, che dalla carrozzabile S. Vittore di Genga cala a picco sul Sentino, alcuni arbusti mossi dal vento lasciavano intravvedere due oscure aperture contigue. Subito richiamai l’attenzione di un terzo compagno, il Dott. Carlo Pegorari, che ci appoggiava dalla strada. Questi, aiutandosi con una fune, si calò lungo la scarpata scomparendo letteralmente tra i cespugli. Poco dopo vedemmo sbucare la sua mano tra le foglie e udimmo le sue grida. “E’ vero, c’è una fessura, sembra che continui, venite presto!”. Di li a poco lo raggiungemmo affannati ed emozionati ed iniziata l’esplorazione della grotta avemmo conferma dell’esistenza di una grande cavità non visitata da alcuno. In  successive  spedizioni, constatammo  che  la cavità si  estendeva  per  1050  metri  e si presentava  affascinante, oltre  per  le  sue bellezze, anche dal punto di vista scientifico. Infatti, già dalle prime visite notammo con  meraviglia  la  presenza su ampie zone delle  pareti della  cavità di singolari e rarissimi  depositi  di  sali di  ferro che per la loro  disposizione  richiamano  l’ idea di una  pelle  di leopardo. Interessante fu anche il rinvenimento di un curioso animale anfibio, lo”spelerpes fuscus” la cui pelle gli permette di mimetizzarsi perfettamente con l’ambiente”. La felice scoperta diede ancora più impulso alle attività del Gruppo tanto da favorire un ulteriore sensibile salto di qualità organizzativa e tecnica. Nel corso del 1948 il G. S. M fece 14 uscite per visitare molte grotte tra le quali:

Grotta dell’Infinito, Grotta Bella del Fiume, Grotta di Frasassi, Grotta del Vernino, Buco del Falco, Buco del Trave, Grotta del Monte Cucco, la Grotta Verde, la Grotta dell’Inferno in località S. Cristoforo. Fu scoperta oltre alla Grotta del Fiume anche la  Buca dello Spicchio.Per discendere per la seconda volta la grotta ” Buco del Diavolo” (già in parte esplorata nel 1929 dal Circolo Speleologico Romano)  furono costruite le prime scalette in corda di proprietà sociale che favorirono un’esplorazione prolungata di oltre 10 ore continuative.

Giovanbattista Legori e Dario Berti nel laghetto della Grotta del Fiume

Durante il primo anno discesero in grotta  circa 100 elementi di Ancona, Genga, Fabriano, Jesi, Porto Civitanova, Camerino, con la bella media di 6, 6 speleologi a uscita e per un totale trascorso in ambiente ipogeo di 120 ore.

Già da allora si parlò di apertura turistica della Grotta del Fiume.

Considerati i tempi e le difficoltà di spostamento, ancora oggi, questa iniziale intensità di escurzioni  ha dell’incredibile.

Alla fine del 1948 il materiale a disposizione del Gruppo, curato dal Sig. Spadavecchia, era questo:

-1 rotolo di scala da 20 metri in acciaio;
-1 rotolo di scala in corda da 40 metri;
-150 metri complessivi di corda;
-150 metri di cordini;
-1 canotto di gomma.

 

Forse la prima relazione scritta sulla grande scoperta della Grotta del Fiume.

Nell’ottobre del 48′ il Dott. Marchetti partecipò come nostro rappresentante al “1° Congresso Speleologico Nazionale” di Asiago al quale intervennero il Prof. Michele Gortani di Bologna, il Prof. Guareschi di Modena ed il Prof. Segre di Roma allora tra i massimi esperti di geologia carsica.

1949
Presidente il Prof. Moretti.
Il 1° febbraio del 1949 si pubblicò il primo numero della “Rivista Speleologica Marchigiana” bollettino del G. S. M.
Soci iscritti n. 61; furono fatti soci onorari i due padri della speleologia italiana, il Senatore Michele Gortani ed il Prof. Franco Anelli primo esploratore delle Grotte di Castellana. Il barone Franchetti di Jesi speleologo del Circolo Speleologico Romano si iscrisse al G. S. M donando 30 metri di scala flessibile in acciaio: una manna dal cielo per quei tempi! La segreteria del gruppo si trasferì in via Marsala 12 Ancona. Mario Marchetti scoprì  la cavità “Il Grottone”.

Nell’agosto del 1949 Marchetti, Pegorari, Villa e Giuseppetti parteciparono, anche con delle relazioni,  al “2° Congresso Nazionale di Speleologia” di Chieti. Per tutti gli speleologi marchigiani fu un grande momento perchè il Congresso si chiuse con un’appendice nelle Marche. Gli ultimi due giorni furono dedicati alla visita delle grotte scoperte nell’area di Frasassi ed in particolare alla Grotta del Fiume.

Partecipò alle escurzioni il gotha della speleologia mondiale, tra i quali Norbet Casteret, il Prof. De Joly Presidente della Società Speleologica di Francia, il Prof. Anelli, lo scienziato e geografo Prof. Nangeroni, il Prof. Conci poi Direttore del Museo di Storia Naturale di Milano. Intervennero  rappresentanti dei gruppi speleologici di Roma, Asiago, Trento, Verona, Trieste, Pisa, Milano. Partecipò ufficialmente ai lavori l’Istituto Geografico Militare. La fama acquisita durante questa manifestazione fece entrare  il  Gruppo Speleologico Marchigiano nella ristretta cerchia dei gruppi italiani più prestigiosi.

Da destra a sinistra e dall’alto in basso, la famosa squadra di punta del G.S.M che trovò il proseguimento oltre il laghetto della Grotta del Fiume: “Papo”, Giacomo Bugatti, Giovanbattista Legori, Dario Berti, Giuseppe Fiorini e “Vito”.

Alcuni cenni sull’attività sociale fino alla fine degli anni 60′

1950
Nuovo presidente del G. S. M il Prof. Villa.
Numero dei soci: 67.
Viene scoperta la Grotta del Buco Cattivo su segnalazione di persone del luogo; nei mesi invernali infatti, un vapore biancastro che la fantasia popolare definiva “infernale”, si alzava da un punto della montagna che i nostri speleologi intuirono essere provocato da una corrente d’aria che si condensava all’uscita da una grotta. Fu esplorato il sistema cavernicolo di “Ripe di Civitella”; in quella occasione si scoprì lo scheletro di un ottuagenario morto suicida.
Furono visitate le grotte della Gola di S. Eustachio, in provincia di Macerata, la risorgenza di Gagliole e continuarono le ricerche di nuovi sviluppi nella Grotta del Mezzogiorno.

15 ottobre partecipazione al “Congresso Speleologico Nazionale” di Bari.

04-05 novembre 1950, fu scoperta a mezza costa del Monte Nerone la “Grotta degli Arditi” più nota come “Grotta delle Tassare“, una cavità fonte di grandi, future soddisfazioni speleologiche.

Il 1951 ed il grande risultato della “Grotta delle Tassare

Il laghetto della Grotta delle Tassare

Il laghetto della Grotta delle Tassare.

Soci iscritti: n. 81. 
Il 28 giugno fu aperto  a S. Vittore di Genga il “Centro Marchigiano di Studi Speleologici” diretto dai Professori Saccardi, Moretti e Villa ed installata, nella Grotta del Fiume, una stazione di biospeleologia. Il giorno 11 marzo in occasione della commemorazione di Mario Quintabà, uno dei più bravi ed attivi soci della prima ora, fu avanzata la proposta per l’apertura di un museo geo-speleologico. Aprile 1951, con la seconda esplorazione il G. S. M raggiunse l’orlo del pozzo da 60 metri nella “Grotta delle Tassare”. In tale occasione fu trovato un intero scheletro di  “Ursus  Spelaeus”  oggi forse in parte conservato al Museo di  Paleontologia  di Verona.

La terza e decisiva esplorazione delle “Tassare” effettuata il 4 agosto diede al nostro Gruppo la soddisfazione che mancava, quella di raggiungere il fondo di una grotta profonda ed inesplorata; con -505 metri  fu considerata erroneamente, per un certo periodo, la cavità più profonda d’Italia. In seguito questa misura si rivelò inesatta, la reale risultò di  -343 metri e quindi venne successivamente correttamente classificata come l’ottava di allora.

Relazione sul programma esplorativo della Grotta delle Tassare dove è riportata l’errata valutazione della profondità dell’ipogeo.

Primo rilievo della Grotta delle Tassare, stimata erroneamente profonda -505 metri.

 

Il corretto rilievo della Grotta delle Tassare effettuato nel 1952 dal famoso speleologo Walter Maucci; lunghezza 590 metri, profondità -343.

 

Il 30 ottobre 1951, Mario Marchetti partecipò al “5° Congresso Speleologico Nazionale” di Salerno con una relazione agli atti sul tema: “L’attività del Gruppo Speleologico Marchigiano“.

 

Una rara Cartolina Postale d’epoca che pubblicizza la Grotta delle Tassare.

 

1952
Soci iscritti: 70. Sanzio Blasi visitò in località Massignano, la “Grotta della Paura” scoperta da un cacciatore nel 1872 ed esplorata per la prima volta nel 1874.
Furono fatte ricerche e sopralluoghi anche realativamente alla grotta marina degli “Schiavi” sita nel punto più bello della riviera del Cònero, in prossimità degli scogli delle “Due Sorelle”e che fu ostruita da un terremoto nel 1930. Nel settembre di questo anno il G. S. M scoprì la “Grotta delle Caprelle”, una cavità di notevolissimo interesse.

 

La Grotta degli Schiavi, sul mare, alle falde del Monte Conero.

1953

Il 12 settembre 1953 il Gruppo Speleologico Marchigiano si costituisce legalmente.

 
Nuovo presidente del G. S. M fu eletto Luigi Zoppi che terrà la carica fino al 1958.

Il 12 maggio del 53′ lo spelologo Castignani salvò la vita a Bolletta di  Jesi togliendolo da una difficilissima situazione di grotta; questo atto di coraggio e di fraterna solidarietà fu reso noto in tutta la nazione con un articolo apparso nell’allora famosissimo settimanale “La Domenica del Corriere”. Paolo Beer si distinse in una serie di sette escursioni alla ricerca di sviluppi nella “Grotta dell’Infinito” ed in queste campagna, il 17 agosto 1953, fu fatta la prima immersione  speleosub.


1954 
Vice Presidente Mario Marchetti.
Il 21 gennaio del 1954 il G. S. M partecipò alla “Mostra internazionale di fotografia speleologica” di Washington e divenne Socio affiliato della “Nuova Società Speleologica Americana”. Mario Marchetti visitò la “Mammuth cave”.

Il Gruppo, nello stesso anno, è presente con una delegazione al “Congresso Internazionale di Speleologia” di Parigi. L’attività scientifica ebbe un nuovo impulso con un accordo di collaborazione  geo-speleologica  intercorso con la “Società Adriatica di Scienze Naturali” di Trieste.

Fu riaperta e visitata la “Grotta del Monastero”, una cavità sita in prossimità di una chiesetta romanica del 1200 dove sembra che si rifugiassero, nel tempo, persone per sfuggire a varie persecuzioni.

1955

Nello stesso anno,al secondo tentativo, dopo avere superato il laghetto “traditore” della Grotta del Fiume, attraverso l’entrata scoperta da Beppe Fiorini (battezzata da allora “Entrata Fiorini”)  il  G.S.M  scoprì  tre  cunicoli  tra i quali uno con una prosecuzione di circa 200 metri  che portava verso la grotta del Buco Cattivo.

Nel 1955 si usavano ancora le pesantissime corde di canapa …

Per migliorare le tecniche di scalata, a scopo di addestramento, fu attrezzata una parete in uno sperone di roccia della Gola della Rossa; curiosamente il destino volle che, proprio in quel punto esatto poco dopo sarebbe sbucata una delle gallerie dell’attuale strada a scorrimento veloce. Un’altra importante scoperta, sempre nella zona di Monte Nerone, fatta nel giugno 1955  nei pressi di Serravalle di Corda, fu la “Buca Grande”, una voragine di circa 40 metri sul cui fondo fu trovato uno strato di ghiaccio perenne di antica formazione.

1956-1958 
Come risulta dalla Rassegna Speleologica Italiana (Atti mem.III:140-141), il G.S.M. presentò al “7° Congresso Nazionale di Speleologia” di Como, nel 1956, una relazione sulle “Caverne naturali elencate nel catasto del G.S.M.”.

Gli speleologi del G.S.M. allargando il campo geografico della loro attività, dopo una prima visita effettuata già nel 57′, decisero l’anno successivo di tentare di “sfondare” nella famosa “Grotta di Stiffe” che si trova nell’Abruzzo aquilano. Con tre ravvicinate spedizioni, Leonardo Rotini, Dario Berti ed altri, superato un sifone naturale che impediva il proseguimento oltre la “Sala dei Romani”, scoprirono nuovi enormi sviluppi inoltrandosi nel cuore dell’ipogeo. Questo risultato, da annoverarsi tra i più significativi dal punto di vista esplorativo, fu ottenuto superando grandissime difficoltà tecniche, l’ultima risalita non fu una passeggiata e qualche polemica sorse con i colleghi romani che , dopo di noi, terminarono  le esplorazioni superando cascate e passaggi molto impegnativi.
Ancora oggi, con la grotta parzialmente aperta al pubblico, viene ricordato il ruolo fondamentale avuto nelle esplorazioni dal G.S.M.


1959-1967 
Il 18 giugno 1960 soci del G.S.M. esplorarono compiutamente, probabilmente per primi, le antiche grotte artificiali di Atri.

Nel 1962 un giovane di nome Pietro Pazzaglia chiese di fare parte del G. S. M e forse nessuno immaginava che, con l’aiuto di Leonardo Rotini, sarebbe stato proprio lui a rilanciare gloriosamente le sorti nel nostro Gruppo Speleologico.

1969.Grotta delle Tassare. Da Sinistra, Maurizio Bolognini, Gioacchini Maurizio, Leonardo Rotini, Lamberto Simoncini e Gianni Cieri. Scatta la foto Pietro Pazzaglia.

 

1969. Grotta delle Tassare, -300 metri. Da Sinistra, Maurizio Gioacchini, Gianni Cieri,Maurizio Bolognini, Lamberto Simoncini, Leonardo Rotini. Scatta la foto Pietro Pazzaglia. Un altro componente della spedizione fu Piero Mirabella.

Impegni di lavoro e di famiglia, con gli anni, per un processo ciclico statisticamente riscontrato in tutti i gruppi speleologici, causarono un rallentamento generazionale delle attività ma nuove leve, piano piano, iniziarono a dare corpo alla loro passione.

Circa alla metà del decennio si iscrisse Piero Mirabella, storicamente uno dei  più grandi speleologi del G.S.M., tanto bravo quanto sfortunato. Fu lui infatti che intuì presumibilmente per primo quale poteva essere il passaggio per entrare nel cuore di una delle grotte più profonde del mondo, la “Grotta del Monte Cucco”, e che, anzitempo, cercò convinto della sua esistenza il collegamento sopra il “Pozzo dei Cristalli” nella Grotta del Fiume.Un’ ulteriore prova che il processo di ricambio generazionale continuava positivamente fu quella dell’entrata nel gruppo di Giuseppe Gambelli, uno studente iscritto alla facoltà di Geologia che dimostrò subito di racchiudere  in se, straordinariamente,  il massimo che si possa richiedere a chi fa  speleologia: entusiasmo, spirito di gruppo, coraggio, generosità, tecnica e  competenza geologica.

Nel giro di poco tempo, lo sparuto gruppo di speleologi rimasto in attività dopo il 1963, aumentò sensibilmente nel numero e nella qualità con la presenza di: Giuseppe Gambelli, Piero Mirabella, Maurizio Gioacchini, Lamberto Simoncini, Gianni Cieri, Maurizio Bolognini, Walter Zambianchi, Enzo Tarulli e qualche altro che, pari meritevole di lode, oggi è penalizzato dalla memoria di chi scrive.

Mai come allora la presenza del Presidente Pietro Pazzaglia fu determinante per il rilancio delle attività, maestro ed esempio in ogni senso, fu un punto di riferimento che non abbandonò mai i giovani entusiasti che si stavano di nuovo riunendo attorno a lui. Dal 1966 questi nuovi “bocia” accompagnati dai “veci”, ritornarono sistematicamente a visitare tutte le cavità  che avevano segnato la storia del gruppo e dopo avere superato la prova della traversata della “Grotta del Mezzogiorno” (allora considerata tradizionalmente l’esame per eccellenza) si cimentarono in discese più ardite alle”Tassare ” e al ” Monte Cucco “.
Tutti dimostrarono che il G.S.M. aveva superato la crisi più profonda della sua storia.

 

Pietro  Pazzaglia, all’epoca  Presidente  del Gruppo Speleologico Marchigiano di Ancona


1968 – 1970
[Nota dell’autore: avendo avuto la fortuna ed il privilegio di viverli, a questo punto sono costretto a continuare il racconto storico degli avvenimenti seguenti in prima persona]

Fin da ragazzo sono stato attratto dalle storia di grotte misteriose e dai suoi tesori (naturali e non) ivi celati.Proprio alla fine degli anni sessata, dopo alcune fantozziane escursioni fatte “spingendo” in grotta  i miei amici più cari (Fabio Sturba, Sauro Barigelletti, Nevio Bratti e Sergio Veroli), cercavo disperatamente di conoscere qualcuno che mi insegnasse a scendere sotto terra in maniera più sicura e professionale. Nel 1968, per puro caso, incontrammo a Frasassi il Presidente del Gruppo Speleologico Marchigiano di Ancona, Pietro Pazzaglia, uno speleologo “vero” che diventerà una figura fondamentale per la nostra storia il quale ci invitò per il venerdi seguente a partecipare ad una riunione nella Sede dell’Associazione sita in un buio scantinato di via Corridoni 7 ad Ancona. A questo incontro  riuscii a “trascinarmi” dietro solo Fabio Sturba, diventato mio amico della vita già solo cinque minuti dopo la sua nascita. Ci accolse Pietro Pazzaglia che ci presentò il padrone di casa Enzo Tarulli e Leonardo Rotini, Piero Mirabella, Giuseppe Gambelli, Gianni Cieri, Maurizio Bolognini e Walter Zambianchi.

Con lo stesso entusiasmo con il quale fummo accolti, ci dichiarammo disposti ad entrare a far parte del loro Gruppo.

Fu così che con il loro prezioso insegnamento, io e Fabio Sturba, divenimmo speleologi ed entrammo a far parte a tutti gli effetti del Gruppo Speleologico Marchigiano.

Con una quindicina di elementi entusiasti, l’attività speleologica si fece intensa e la voglia di scoprire “qualcosa” divenne frenesia. Lo spirito di gruppo era tale che ci portò a focalizzare un elemento di sviluppo indispensabile: dovevamo inserirci nel contesto cittadino in una forma e con una presenza più idonea per fare proseliti onde aumentare i componenti dato che solo con un gruppo numeroso si potevano affrontare le grandi spedizioni che sognavamo di fare.

Pazzaglia e Rotini individuarono la soluzione del problema nella fusione (precedentemente sperimentata positivamente da altri gruppi di speleologi) con il Club Alpino Italiano . Ottenuta la generosa disponibilità dell’allora Presidente del C. A. I, il benemerito Dott. Orlando Orlandi, confluimmo nel 1970 nella Sezione di Ancona con sede in via Veneto n. 10 che, raffrontata alla nostra, allora ci sembrò una vera reggia.

 

Dott. Orlando Orlandi, Presidente del C.A.I di Ancona nel 1970.

 

Nello stesso anno il G. S. M come gruppo entrò a fare parte della prestigiosa Società Speleologica Italiana e molti di noi (me compreso) ne divennero soci anche a livello personale.

Quella maledetta spedizione  alle “Tassare”.

Nell’estate del ’70 il G. S. M. decise di ritornare alla storica Grotta delle Tassare. Pazzaglia, che conosceva la grotta più di tutti, all’ultimo momento dovette rinunciare a guidare la spedizione, pertanto assunse questo incarico Leonardo Rotini.

Con il Vice Presidente (alla guda di un mitico pulmino) partirono Maurizio Bolognini, Rolando Ruffini, Giuseppe Gambelli Gianni Cieri, ed i ” nuovi per le Tassare” Sergio Sabbatini, Fabio Sturba e Giancarlo Cappanera. Sento il dovere di citare tutti i componenti perchè solo la loro abnegazione ed il loro coraggio ci salvò dall’onta di un fallimento storico. Andò tutto storto. Distratti e, forse, un pò involontariamente intralciati dalla presenza del Gruppo Speleologico di Faenza, improvvisammo una discesa senza la giusta pianificazione e con poche cognizioni dell’ambiente. Ricordo la stoica resistenza al freddo di Gianni e Rolando, l’azione di tamponamento di Leo, Maurizio e Sergio, gli scivoloni nell’acqua.

La squadra di punta, formata da Giuseppe, Giancarlo e da un fortissimo Fabio, ad un certo punto, si trovò in enormi difficoltà quando quest’ultimo scivolò nell’acqua ghiacciata del laghetto dopo che quasi  la stessa sorte era toccata, poco prima, allo stesso Giuseppe. Come tutti sanno, rimanere bagnati in grotta può essere veramente pericoloso. Per evitare un evento così drammatico sarebbe bastato un canotto che, però, avevamo lasciato ad Ancona.

Rassicuratici delle condizioni di Fabio, eravamo ormai impossibilitati a raggiungere il nostro obiettivo, il fondo della grotta. In più, rischiavamo di dover lasciare la grotta “armata”, il che, per uno speleologo, rappresenta uno enorme smacco. Per questo, Giuseppe Gambelli, da solo, tutto zuppo ed in costume da bagno, arrivò sul ciglio del pozzo finale da 60 metri con lo scopo di recuperare le nostre scale che i colleghi di Faenza, in un atto di interessata cortesia, si erano offerti di calare. Egli però dovette discendere quasi a metà pozzo (senza sicura !!) perchè le scale erano state lasciate con gli ultimi trenta metri arrotolati nella zona mediana del salto. La sua azione contribuì a limitare in termini accettabili la debacle salvando il prezioso materiale, praticamente il migliore che avevamo a disposizione. Che coraggio, ragazzi ! Uno splendido e incosciente leone, un atto eroico che ci permise di non perdere la faccia!! Quando Giuseppe e Fabio riuscirono a riattraversare con le scale il lago sulla sponda dove, per comune decisione, io ero rimasto in appoggio, iniziammo una risalita difficilissima. A scaglioni, tutti gli altri, provati per il grande lavoro svolto, dovettero riguadagnare urgentemente l’uscita. Fabio, in gravissimo pericolo perchè ormai intirizzito, battè ogni record di risalita.

Restammo io e Giuseppe e da soli disarmammo la grotta; dopo quasi tre ore di fatica, recuperammo e portammo in salvo all’esterno 150 preziosissimi metri di scalette metalliche.

Questo è il racconto delle  nostre “40 ore alle Tassare” che finirono si ingloriosamente ma che ci fecero maturare come speleologi più di ogni altra spedizione seguente perchè la brutta ma istruttiva esperienza ci permise, in seguito, di evitare errori tecnici di approccio e sottovalutazioni dei rischi.

Grotta delle Tassare,1971. Trovata a -130 metri di profondità una colonia di funghi cresciuta a luce zero; le spore forse sono state portate “dagli scarponi” di qualche speleologo (Archivio Sturba).

La Grotta della Speranza.

La Speranza vede l’invisibile,  tocca l’intangibile  e raggiunge l’impossibile”

Fu proprio nel 1970 che dietro le benedette insistenze di Maurizio Bolognini decidemmo di intraprendere uno scavo in un anfratto di roccia che si apriva, in una cengia tra la Grotta dell’Infinito e quella del Buco Cattivo.

La pazzia degli speleologi è tale che a volte si programmano attività e si perseguono progetti che il senso comune giudica impossibili. Ma…. i sogni talvolta si tramutano in realtà o spesso si realizzano, magari come accadde a noi, in forme diverse. Stappare da una colossale frana il camino che individuammo in quel punto fu un’impresa per noi “faraonica”; per oltre un anno in decine di uscite che prevedevano quasi sempre il pernottamento all’agghiaccio (anche in inverno con i sacchi a pelo) ci alternammo con testardaggine, incuranti del pericolo, nello scavare praticamente a mano, prima in orizzontale, poi, udite udite, verticalmente il coriacero materiale di riporto che una paleo frana aveva lì accumulato.

Può dare un’idea ancora più immediata della nostra determinazione il fatto che organizzammo almeno due spedizioni anche  per trasportare abbondanti  viveri  (prevalentemente scatolette) che accantonammo al riparo della pioggia in una fossa scavata nel piano di calpestio della cengia, proprio dove dormivamo la notte.

Maurizio e suo fratello Mauro furono tra i più cocciuti e splendidi fautori di questa impresa.

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In una di queste “scavate” che feci solo con Giuseppe Gambelli, riuscimmo finalmente a “stappare” la prima parte del camino largo circa 150 centimetri; saliti in contrasto per qualche metro constatammo che era finita solo la prima fase del lavoro, la grotta in alto era ancora ostruita e decidemmo pertanto di uscire.

Nella discesa del camino fummo travolti da una frana, io rimasi rinchiuso dentro come in una bara, Giuseppe si salvò miracolosamente. A lui e solo a lui devo la mia vita perchè con generosa abnegazione, scavando a mani nude, riusci dopo molto tempo a farmi uscire sano e salvo. Al lettore che ha avuto la forza di volontà di giungere fino a questo punto sorgera’ certamente spontanea una semplice domanda: perchè tanta enfasi data ad un avvenimento secondario oltretutto per una grotta che, ancora oggi , non ha riservato scoperte degne di nota?
Battezzammo questa grotticella “Grotta della Speranza“; simbolicamente in lei avevamo concentrato tutti i nostri sogni, speravamo  che potesse essere quella la strada per entrare nel cuore del complesso carsico di Frasassi riuscendo dove altri avevano fallito. Fu un atto di presunzione che non diede i frutti sperati ma la “Speranza” riuscì a compattare in maniera straordinaria il nostro gruppo e a prepararlo a vivere una fantastica avventura .

L’ANNO 1971, IL PIU’ BELLO ED INDIMENTICABILE DELLA NOSTRA STORIA.

Riuscire a sintetizzare tutti gli accadimenti straordinari del 71′ è impresa impossibile sia oggettivamente che per la mia memoria; spero, con il tempo e l’aiuto degli amici, di potere ricostruire le vicende da noi vissute in una maniera più compiuta. Fantastico, fantastico per tutti  gli amanti della speleologia, della natura , per tutti i miei amici del gruppo e per me.

Mi sia concessa anche la presunzione di poter dire che fu anche  l’inizio del riscatto economico di un Comune bello ma povero come quello di Genga, di un determinante rilancio del turismo marchigiano, dell’acquisizione al patrimonio naturalistico italiano di una meraviglia che tutto il mondo ci invidia. Ma veniamo ai fatti.

Il “1° Corso di introduzione alla speleologia”.

Dopo l’entrata nel C. A. I, un numeroso gruppo di  altri giovani chiese di venire  in grotta con noi. Visto che non era più gestibile un addestramento “on the job” mi proposi, in primavera, come organizzatore ed istruttore di un “Corso di introduzione alla speleologia”, svoltosi dal 23 maggio con l’assistenza dei miei compagni più qualificati: Giuseppe per la geologia, Maurizio per la topografia, Fabio per la fotografia.

A questo Corso parteciparono giovani che dimostrarono eccezionali qualità, Claudio Santolini, Tino Cioffi, Roberto Ragaglia, Mario Pia, Stefano Fiori, Giorgio Lacopo, Mauro Bolognini, Francesco Ranzuglia, Vittorio Bizzarri , Alberto Copparoni, Fabio Bentivoglio e per un breve ma fondamentale periodo Rolando Silvestri.

La “1° Rassegna Speleologica ed Alpina”.

Nell’intento di fare conoscere sempre di più le nostre attività e con il non celato fine di ottenere, anche con questa manifestazione, qualche agognato finanziamento, organizzammo, dal 26 aprile al 30 aprile, la “1° Rassegna Speleologica ed Alpina”. Con i pochi mezzi a disposizione e con l’aiuto di altri Gruppi Speleologici , in particolare quello di Macerata, allestimmo una mostra di fossili nei locali del  Liceo Scientifico di via Vecchini..Si tennero delle conferenze con una buona affluenza di pubblico e fu indetto anche un concorso fotografico sul tema della speleologia.

Il riscatto dell’onta. Tassare, Tassare, sempre Tassare. Vivevamo con la sola idea di ritornare a vincere alle “Tassare” e con la voglia di cercare il mitico prolungamento alla base del pozzo da 60.

Dal 15 al 18 luglio del 71′ organizzammo perciò  un grande spedizione con la determinazione di riscattare la precedente esperienza fallimentare. Insieme con Pazzaglia, Rotini, Gambelli, Cieri, Sturba, partimmo io e quasi tutti i partecipanti al “1° Corso di Introduzione alla Speleologia” che stavo per concludere come capo istruttore e cioè Claudio Santolini, Tino Cioffi,   Roberto Ragaglia, Mario Pia, Stefano Fiori, Mauro Bolognini, Francesco Ranzuglia, Vittorio Bizzarri , Alberto Copparoni e Fabio Bentivoglio.
Questa volta tutto andò per il verso giusto, i giovani allievi si comportarono in modo eccellente, l’organizzazione risultò perfetta e riuscimmo a  fare scendere tre componenti sotto l’ultimo pozzo da 60 metri con il rammarico di non avere trovato però anche noi il proseguimento da tutti cercato. Da evidenziare fu il singolare ritrovamento a -130 di una colonia di funghi con un “cappello”  di circa 15 centimetri di diametro. Il risultato lusinghiero di questa prova sotto Monte Nerone fu di grande stimolo per tutti.

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La scoperta della Grotta Grande del Vento di Frasassi

Tutto iniziò quando, a partire dal 23/5/1971, fui l’istruttore del “1° Corso di introduzione alla Speleologia” organizzato dal Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I. di Ancona per addestrare nuove leve di coraggiosi appassionati che la nostra azione di “proselitismo” aveva richiamato.

Durante una lezione, per colpire la fantasia dei giovanissimi partecipanti, raccontai la “favola” del Foro degli Occhialoni, due grandi buchi che trapassano quasi la cima della montagna nel versante opposto a quello dell’attuale entrata turistica alla grotta, (per intenderci, lato “Grotta del Mezzogiorno”). Dissi che era possibile supporre che questo residuo di grotta potesse avere avuto in passato un proseguimento alla stessa altezza nel versante opposto, visto che l’acqua del fiume Sentino, sciogliendo il calcare e scavando le grotte, aveva tagliato in due la montagna formando la Gola di Frasassi.

La storiella finì li.

Un giorno di settembre del 1971, ritornando a casa in treno da Rimini, dove lavoravo, alla Stazione di Fano incontrai Rolando Silvestri, un giovanissimo partecipante al corso di speleologia da me tenuto. Durante il tragitto verso Ancona, parlammo di tante cose, naturalmente di grotte e del fatto che da qualche tempo non frequentava con continuità le lezioni. Rolando rispose con una serie di scuse poco convincenti, poi mi disse:

“Sai Giancarlo, non è vero che ho dimenticato la speleologia; alcuni giorni fa sono stato a Genga con il mio amico Umberto Di Santo con il quale mi sono arrampicato fino all’altezza del Foro degli Occhialoni, ma nel versante opposto. Abbiamo trovato dei piccoli buchi che entravano nella roccia, uno in particolare ci è sembrato che proseguisse”.

Rolando Silvestri all'epoca della sua scoperta della Grotta Grande del Vento di Frasassi

Rolando Silvestri all’epoca della sua fantastica  scoperta  della  “Grotta  Grande  del  Vento”  di  Frasassi

Conoscevo bene quella zona, ma buchi “di particolare interesse” non ne avevo mai visti. L’ostinazione con la quale Rolando insistette, anche nel dubbio, mi fece sorgere alcuni sospetti che allora non avrei mai confidato a nessuno per il timore di essere giudicato, primo dai miei vecchi compagni di grotta , un credulone troppo fantasioso.

Accantonando le mie presunzioni di “vecio speleologo”, e senza una motivazione sostenibile, feci allora l’atto di fiducia umana più ispirato della mia vita: organizzai per il sabato successivo una estemporanea spedizione di ricerca nell’ambito del Corso di Speleologia.

Quel giorno erano con me, oltre a Rolando Silvestri, Giorgio Lacopo, Franco Ranzuglia e Massimo Cartechini.

Era sabato 25 settembre 1971 quando la spedizione da me guidata, dopo avere verificato anche altre piccole aperture, si concentrò sul buco principale trovato da Rolando Silvestri che si era presumibilmente aperto per lo scivolamento del terreno di riporto, essiccato dalla calda estate. Il foro sembrava una tana con un’entrata dal diametro grande circa come un volante di una macchina e, dopo averlo liberato a mani nude dalla terra e sassi che ne ostruivano l’angusto ingresso, constatammo che sembrava veramente inoltrarsi direttamente all’interno della montagna.

 

Foto non originale solo per pura similitudine.

 

Con molta difficoltà strisciammo dentro un ambiente che si allargò fino a diventare grande poco più di una stanza. L’entusiasmo mio e dei compagni crebbe immediatamente e ci mettemmo subito a vedere se esisteva una prosecuzione che però non fu trovata. Nella stanza non si apriva nessun cunicolo percorribile.

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Amedeo Griffoni giovane speleologo del G.S.M

Dissi: “Pazienza ragazzi, comunque sia è un bel risultato visto che per la prima volta, a questa altezza e con direzione verso il cuore della montagna, abbiamo trovato un’entrata a conferma della teoria dell’esistenza interna di una grande grotta”.

Era giunta l’ora del pranzo, così, tutti sudati e un pò delusi, ci sedemmo appoggiandoci alle pareti ai margini della stanza.
Chi come me stava seduto nella parte più interna ebbe un’immediata sensazione di freddo dietro la schiena. Non riuscii a finire di commentare il fatto che il fumo delle sigarette, fumate da due di noi, si disperdesse molto rapidamente nonostante l’entrata dall’esterno fosse molto piccola, quando tutti insieme gridammo:

“C’è circolazione di aria !!! la grotta ha una prosecuzione molto grande!!”

Con le sigarette accese, dopo avere dato una boccata di fumo profondissima spalancammo ad uno ad uno la bocca a ridosso della parete dove ero appoggiato poco prima, constatando, senza ombra di dubbio, che il fumo veniva disperso violentemente a causa di un forte passaggio d’aria che fuoriusciva da alcuni piccoli fori.

Impazziti dalla gioia concentrammo tutte le nostre luci in quel punto e verificammo che la parete era completamente composta da materiale di riporto fortemente compattato.

Iniziammo subito a scavare con i pochi attrezzi a disposizione.

Stava per arrivare la sera ed il lavoro non procedeva così celermente come avremmo voluto. Dovevo decidere se continuare o tornarcene tutti a casa.

Sempre più emozionato, con i brividi che non mi abbandonavano, sentivo addosso la responsabilità di una “cosa” ancora sconosciuta ma che il mio intuito da speleologo immaginava già grandissima ed allora ebbi l’idea di mandare due di noi a chiamare Giuseppe ed altri compagni che stavano continuando gli scavi alla non vicina Grotta della Speranza.

Dopo molto tempo, a sera già inoltrata, arrivarono gli amici che avevo mandato a chiamare.

Neanche a farlo apposta, la corrente d’aria che ci aveva guidato non si sentiva più a causa probabilmente della variata pressione atmosferica esterna.

Tutti i componenti la squadra di rinforzo, a partire da Giuseppe Gambelli, sebbene entusiasti anche loro della scoperta, dovettero crederci sulla parola ed iniziarono anche loro i turni di scavo. Come si può immaginare nessuno dormì quella notte, l’eccitazione era alle stelle e scavammo con tutte le nostre forze.
Dopo un giorno e una notte di frenetico lavoro, nel corso della domenica 26 sfondammo il diaframma di circa due metri del fronte di frana che ostruiva il passaggio del “Vento”. Nessuno riuscì ad infilarsi dentro lo strettissimo buco che eravamo riusciti ad aprire. All’interno non si vedeva quasi nulla, intravedemmo solo una piccola porzione di parete anche perchè il vento era tornato a circolare in maniera così violenta che spegneva tutte le lampade ad acetilene ed impediva quasi di tenere gli occhi aperti.

La prima saletta “del vento”

Una meravigliosa sensazione che dopo tanto tempo, ho ancora presente e “viva” sul mio volto.

Era fatta, eravamo certi di avere intrapreso la via per entrare all’interno della montagna. Urla, preghiere, salti incontrollati e una gioia incontenibile ci pervase.

“Che nome mettiamo alla grotta?”.

Nell’indecisione generale, ahimè, proposi di chiamarla “Grotta del Vento”, un nome nella logica degli eventi ma che in seguito la grotta stessa ci dimostrò essere troppo comune e banale tanto che cercammo,anche per la necessità di distinguerla da altre cavità con lo stesso nome, di nobilitarlo con l’aggiunta, in modo questo si azzeccato, del termine “Grande”.

A tanti anni di distanza ancora mi mordo la lingua per questa “leggerezza”; la nostra grotta meritava un nome più degno che però neanche i miei compagni, nei giorni successivi, ebbero la fantasia di proporre. Peccato…

Sabato 02 ottobre tornammo attrezzatissimi (ed in massa) con palanchi, picconi, pale, scalpelli e martelli. Dopo essere in breve riusciti ad allargare sufficientemente il cunicolo, tentammo di “armarlo” con delle pesanti tavole che ci eravamo faticosamente portati dietro. Il mio recente incidente alla “Grotta della Speranza” consigliava di essere prudenti essendo coscienti che avevamo aperto il passaggio all’interno di un fronte di frana.
L’operazione non riuscì perchè, per farlo, dovevamo scavare un vero e proprio tunnel.

Fabio Sturba, il nostro più bravo esperto in strettoie, liberandosi di quasi tutti i vestiti e con un coraggio da leone, riuscì ad entrare faticosamente nel buco. Dopo alcuni istanti di silenzio assoluto, avendolo visto scomparire, preoccupati urlammo il suo nome.

Ancora secondi di terribile silenzio, poi sentimmo Fabio che… rideva a crepapelle!!!

“Continua, continua ragazzi! …potete entrare tutti…! “

“E come?”, chiesi.

Fabio rispose: “passatemi un palanchino, abbiamo fatto lo scavo fortunatamente sulla sommità della frana, sopra la volta ci sono solo 20, 30 centimetri di materiale”.

Risata generale!!!!

Sfondata la volta, in un batti baleno passammo tutti dal “passaggio del Vento”.

Le pareti nere e le pisoliti rinvenute nel primo piccolo ambiente visitato ci dissero chiaramente che la strada era quella buona…
Dopo pochi metri ci disperdemmo, alla ricerca di un passaggio, in una bella e grande sala che puntava verso l’interno di Valmontagnana.

Non poteva, non doveva essere finita lì.

“Ma non continua!”, gridò qualcuno.

Piero disse: ” Guardate in quel buco lì in alto, forse c’è un passaggio!”

Fabio iniziò faticosamente ad arrampicare per raggiungere il punto indicato. Passarono alcuni minuti, io mi trovavo alla base della paretina oggetto delle nostre attenzioni quando, distraendo lo sguardo da Fabio, vidi che vicino a me si apriva, a salire, uno stretto taglio nella roccia; mi arrampicai in contrasto in un camino ed appena due metri sopra vidi, prima una luce, e poi, quasi rischiai di sbattere il casco con quello di Fabio che nel frattempo aveva raggiunto la sua mèta attraverso l’altro meno agevole passaggio.

Arrivati urlando in un grande balcone, poi battezzato “Sala del Trono”, scendemmo, anzi ci… gettammo in un pozzo di circa 10 metri alla cui base, poco dopo, raggiungemmo un enorme baratro: eravamo giunti sul Pozzo poi chiamato, per acclamazione, ed in onore della nostra città, “Ancona”.

Foto originale dalla seconda esplorazione.La discesa dal balcone della "Sala del Trono"

Foto originale dalla seconda esplorazione.La discesa dal balcone della “Sala del Trono”

Dopo il ripetuto rituale ” lancio del sasso”, tendente a stabilirne approssimativamente la profondità, per la sensazione di avere trovato un salto “quasi senza fondo”, nell’euforia, sul momento lo definimmo erroneamente “abisso”.

Purtroppo ancora oggi resta il suo appellativo, ma non tutti i mali vengono per nuocere, perchè, la fantasia popolare con questo termine recepisce più facilmente l’immensità e la grandiosità del salto e dell’ambiente ipogeo.

I secondi passati prima di sentire il rumore del sasso contro la base, ci fecero stimare il salto profondo 80 – 100 metri.

Avevamo raggiunto il cuore della grotta. Il nostro sogno e la nostra “Speranza” si erano realizzati in questa impresa.

Molti di noi piangevano dall’emozione, ed io non dimenticherò mai la felicità che prorompeva dai volti dei miei compagni.

In quei momenti, risuonavano in me le parole che tante volte avevo pronunciato percorrendo a naso in su la Gola di Frasassi: “Beati coloro che entreranno per primi entro ” il grande vuoto ” di Monte Valmontagnana!!”

In nessuno dei miei sogni avevo lontanamente immaginato di potere essere io uno dei predestinati. Mi piace ora ricordare al paziente lettore che nella settimana successiva, molti di noi, io compreso, fummo colpiti da violenti attacchi di febbre in assenza di una patologia manifesta che, in seguito, anche qualche medico ipotizzò essere la conseguenza della fortissima emozione provata.

Domenica 03 ottobre, fatta la scelta ragionata su chi doveva avere l’ambita precedenza nella discesa, solo la sorte compose la prioritaria formazione dei fortunati:
1° Maurizio Bolognini
2° Fabio Sturba
3° Giancarlo Cappanera
4° Giuseppe Gambelli
Sull’orlo del pozzo, alla guida di Pietro Pazzaglia e di Leonardo Rotini, erano presenti quasi tutti i componenti del G. S. M e nessuno ebbe nulla da ridire.
Maurizio Bolognini, con indomito coraggio e cosciente di vivere un momento storico per tutti noi, scese nel vuoto 70 degli 80 metri di scalette allora disponibili senza avere però modo di vedere il fondo perchè l’ultima tratta di 10 metri risultò inutilizzabile per via della sorprendente rottura di un gancio di giunzione. La voce emozionata e lontana di Maurizio che gracchiava dal radiotelefono ci comunicò questa notizia che fece accapponare a tutti la pelle e ci rese totalmente consapevoli della grandiosità della scoperta fatta da Rolando Silvestri al quale va il merito,esclusivo e personale, della stessa.

Foto originale dell'epoca.La "Sala del Trono" durante una fase della discesa nel pozzo Ancona di un componente del Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I di Ancona.

Foto originale dell’epoca.La “Sala del Trono” durante una fase preparatoria per la discesa nel pozzo Ancona di un componente del Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I di Ancona.

Il 10 ottobre 1971 con 120 metri di scalette metalliche approvvigionate in gran fretta, Maurizio Bolognini e Fabio Sturba, discesero per la prima volta e toccarono il fondo del pozzo Ancona.

Foto originale da una prima discesa nel Pozzo Ancona

Foto originale da una prima discesa nel Pozzo Ancona

Lo stupore già grande, divenne immenso quando apprendemmo dalle loro voci che erano discesi in un’ambiente tra i più vasti mai scoperti, talmente esteso che con la potente torcia subacquea a disposizione non si riusciva a delinearne i contorni. Questa prima brevissima esplorazione servì esclusivamente per renderci conto del contesto ambientale della cavità e per individuare possibili punti di prosecuzione da esplorare in seguito.

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Una cosa fu subito certa,eravamo discesi in quello che molto probabilmente era da ritenersi il centro di tutto “l’edificio ipogeo” del sistema carsico di Monte Valmontagnana.

La seconda discesa del "Pozzo Ancona",Fabio Sturba (nella scaletta per speleologi) ed in supporto Riccardo Bartolucci e Stefano Fiori

La seconda discesa del “Pozzo Ancona”,Fabio Sturba (nella scaletta per speleologi) ed in supporto Riccardo Bartolucci e Stefano Fiori.

Sabato 16 ottobre Bolognini, Sturba, Cappanera e Gambelli, con l’aiuto e lo sforzo determinante di altri venti compagni restati in appoggio sul bordo del pozzo,effettuarono la prima grande spedizione esplorativa.

Il “Pozzo Ancona” totalmente al buio con le luci ad acetilene degli speleologi; quella in alto nel punto da dove inizia la discesa,quella al centro, a circa 60 metri nel vuoto, sul casco dell’esploratore che sta scendendo con la corda,in basso il componente del G.S.M CAI di Ancona già alla base dell’enorme voragine.

Il “Pozzo Ancona” totalmente al buio con le luci ad acetilene degli speleologi; quella in alto nel punto da dove inizia la discesa,quella al centro, a circa 60 metri nel vuoto, sul casco dell’esploratore che sta scendendo con la corda,in basso il componente del G.S.M CAI di Ancona già alla base dell’enorme voragine.

Noi quattro fortunati, ancora impazziamo dalle risate ricordando che, travolti dalla felicità e dalla emozione, in un primo momento cercammo di andare ancora più in profondità “infognandoci” in un difficile cunicolo cieco.

Solo dopo esserci ripresi dalla sbandanento, iniziammo a realizzare quanto era immensa e gigantesca la grotta in cui ci eravamo calati.

Abisso Ancona

Abisso Ancona

Ad una prima stima, il pozzo Ancona creatosi a forma di cono rovesciato e al centro del quale quasi eravamo discesi, risultava incredibilmente alto, oltre 200 metri e con un diametro di base che superava i 150.

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La maestosità delle stalagmiti giganti ci lasciò sbalorditi.

Gli obelischi

Gli obelischi

La cavità proseguiva con una meravigliosa sala lunga oltre duecento metri, poi , arrivati alla “Sala delle candeline”, il nostro stordimento emozionale arrivò alle stelle.

‘Abbagliati dalle splendide, candide visioni che da ogni lato ed in ogni direzione si presentavano di fronte a noi, vagammo ammutoliti camminando su immacolati pavimenti di cristallo che il nostro cuore non voleva calpestare ma le nostre gambe violavano senza sosta all’inseguimento affannoso delle scoperte dei nostri occhi.’

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ECCO COSA ABBIAMO TROVATO

Chi ha la fortuna di visitare oggi la grotta per la prima volta, può immaginare solo in parte quali furono le nostre sensazioni.

16.10.1971, prima approfondita esplorazione della Grotta Grande del Vento da parte della squadra di punta del Gruppo Speleologico Marchigiano. Da sinistra: Giuseppe Gambelli, Giancarlo Cappanera, Fabio Sturba.Scatta la foto Maurizio Bolognini

16.10.1971, prima approfondita esplorazione della Grotta Grande del Vento da parte della squadra di punta del Gruppo Speleologico Marchigiano. Da sinistra: Giuseppe Gambelli, Giancarlo Cappanera, Fabio Sturba.Scatta la foto Maurizio Bolognini.

 

CANDELI

Giancarlo Cappanera a lato della “Candelina” che ha dato il nome alla Sala omonima. Una foto unica e storica del 1971, la “candelina” che nessuno vedrà mai più, fotografata durante le prime esplorazioni dal Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I di Ancona. Univa parete e pavimento a mo di colonna, era alta circa tre metri e della sezione di qualche centimetro. Poco tempo dopo la scoperta della Grotta Grande del Vento di Frasassi, un incauto, incosciente speleologo (dicono accidentalmente) l’ha abbattuta con un colpo di zaino. E’ proprio ammirando questa straordinaria formazione geologica che agli speleologi di Ancona venne l’idea di battezzare la zona “Sala delle candeline”.

GiuseppeTerminata questa prima esplorazione, raggiungemmo sfiniti la scaletta per ritornare fino al ciglio del pozzo dove, con grandi sforzi, e battendo il tempo con il titolo della canzone allora in voga “Brigitte Bardot“, gli altri compagni facilitarono la nostra faticosa risalita, che durò circa 30 minuti, tirando la corda a cui eravamo assicurati.

Avevamo deciso di tenere segreta la notizia della scoperta per qualche settimana per poterci godere, dopo tante fatiche, la grotta tutta per noi. Ma qualcuno, non si seppe mai chi , violò questo patto… Già dal 6 ottobre la notizia apparve nella prima pagina del “Corriere Adriatico“, ma certamente nessun lettore potè avere allora l’esatta cognizione dell’eccezionalità della scoperta.

Immagino che l’anonimo autore di questo simpatico (allora poco gradito) tradimento, con il senno di poi, leggendomi dirà:

“Hai visto Giancarlo che ho fatto bene…!?”

Le nostre esplorazioni continuarono per il resto dell’anno.In questa fase si distinsero particolarmente tutte le nuove leve del Gruppo, che assetate di emozioni e spinte segnatamente anche da Claudio Santolini, Tino Coffi e Stefano Fiori, fecero nuove ed esaltanti scoperte. Ad ogni uscita si trovavamo nuovi piani e stupendi immacolati ambienti che alcuni di noi iniziarono a fotografare affinchè i nostri familiari vedessero ciò che fino a quel momento avevano potuto solo immaginare, vivendo, attimo per attimo, attraverso i nostri racconti, questa splendida favola.

Il pozzo a campana “Ancona” illuminato nella parte superiore dai flash degli speleologi; notare la microscopica sagoma dell’esploratore “atterrato” 120 metri più in basso.

Il  pozzo a  campana  “Ancona”  illuminato  nella  parte superiore dai flash degli speleologi; notare la microscopica sagoma  dell’esploratore  “atterrato”  120  metri  più  in basso.

Durante le feste di fine anno ’71, unitamente agli speleologi del Gruppo Speleologico C.A.I di Fabriano che il dodici dicembre avevano individuato la condotta di collegamento tra la Grotta del Fiume e quella del  Vento, una squadra del G.S.M percorse la prima traversata del Complesso Vento – Fiume.

Fabio Sturba in attività di esplorazione sulle pareti dell'Abisso Ancona.

Nei giorni successivi, i giovani del G.S.M, organizzato un campo base interno, effettuarono separatamente altre esplorazioni riuscendo a scoprire, sopra la “Sala dei Duecento”, sei  piani sovrapposti nei quali la natura della terra marchigiana aveva custudito,  per millenni , meravigliosi e spettacolari ambienti contenenti anche preziosi scrigni di bellissime formazioni cristalline di abbagliante bellezza.

SCRIGNI

Gli scrigni

Il nostro lavoro era appena incominciato, le dimensioni del complesso indicavano che ci sarebbero volute decine di anni per esplorare tutta la Grotta Grande del Vento. Ancora oggi, nel 2017, siamo lontani dal termine.

Ed ora vorrei svelare a tutti, ma in particolare ai giovani lettori, il motivo per il quale ci sentiamo ancora più orgogliosi di avere fatto parte di questo gruppo di amici tanto fortunati.

Allora come ora, non tutto andava liscio; le difficoltà organizzative e finanziarie spesso ci portavano a polemizzare tra di noi. Salutari e costruttive dispute giovanili dove però mai nessuno ha anteposto il proprio interesse a quello del Gruppo. Il 3 luglio del 1971, durante un’assemblea del G.S.M, tra alcuni partecipanti e Maurizio Bolognini sorse una disputa su come superare alcune difficoltà organizzative.Messo in netta minoranza, Maurizio coerentemente, reclamando il suo personale dissenso da quel giorno iniziò ad astenersi dal frequentare  il G.S.M ed a partecipare alle esplorazioni in corso.

Maurizio Bolognini quindi non era presente quando abbiamo scoperto la Grotta Grande del Vento ma noi, ritornando a casa domenica 26 settembre 1971, dopo avere aperto il foro attraverso il fronte di frana, lo abbiamo tutti pregato di ritornare.Per noi era irrefrenabile il desiderio di condividere anche con lui la meritata gioia, sentivamo che, senza di lui, non sarebbe stata bella, come poi è stata, l’esplorazione della nostra nuova grotta. E proprio a Maurizio l’estrazione a sorte ha consesso l’onore di toccare per primo il fondo del pozzo “Ancona”. Questo sentimento di amicizia è la cosa per cui andiamo più orgogliosi, questo è il nostro esempio che lasciamo, questa è stata la nostra vittoria più grande.

 

Ripercussioni, strascichi e conseguenze positive.

In passato mi sono ripromesso più volte di ricostruire i particolari degli avvenimenti successivi alla scoperta che portarono ad un amaro strascico di polemiche con gli amici del Gruppo Speleologico di Fabriano. In tale contesto oggi desidero però solo ricordare che alcuni di noi allora hanno vissuto sopratutto il doloroso distacco affettivo (fortunatamente poi ricomposto) di Pietro Giuseppetti di Fabriano, un bravissimo e stimato speleologo già componente della prima ora del G.S.M.

Oggi ritengo pertanto opportuno limitarmi a dire che alla base di tutto ci furono  invidie, ripicche, presunzioni egemoniche reciproche ma, soprattutto, un forte spirito campanilistico che aveva già precedentemente penalizzato seriamente  lo sviluppo della speleologia nelle Marche.

Anche se i colleghi di Jesi e Macerata si dimostrarono più “sportivi”, il tempo e l’amore per Frasassi  riannodarono comunque i legami storici tra i due sodalizi, tanto che gli stessi furono tra i promotori della Federazione Speleologica Marchigiana che si riunì per la prima volta a Fabriano il 19 novembre del 1971.Ci volle tempo ma il cambio di “atmosfera” portò in seguito, nel 2001, alla congiunta scoperta da parte di validi componenti dei due gruppi, dell’ importantissimo sviluppo di “El Mexico” nel Complesso Fiume-Vento.

La grande scoperta del "El Mexico"

La grande scoperta del “El Mexico”

"El Mexico"

“El Mexico”

Questo fatto dimostra che molti giovani speleologi marchigiani di oggi hanno fatto tesoro di quella lezione.

A loro, se vorranno, chiedo di continuare il mio racconto facendo il resoconto delle tante scoperte fatte successivamente nell’intento di conoscere tutti i segreti del complesso carsico di Frasassi.

Certamente ci vorranno altre generazioni di speleologi per mettere fine a questa storia.Buon lavoro!

La “2° Rassegna Speleologica ed Alpina”

Finite le ultime scosse del terremoto che colpì Ancona e le Marche nel gennaio 1972, provocando un rallentamento sensibile di tutte le nostre attività e, conclusa la prima fase delle esplorazioni del complesso carsico Fiume – Vento“, ritenemmo doveroso organizzare un incontro per presentare i primi risultati scientifici ed ambientali riscontrati dallo studio della grotta.Dal 14 al 20 marzo 1973 si svolse la “II Rassegna Speleologica ed Alpina”, caratterizzata dall’appoggio di molte autorità che avevano già intuito l’importanza della scoperta  sotto l’aspetto turistico. L’intera manifestazione si svolse infatti sotto il patrocinio dell’Ente Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Genga. L’inaugurazione ufficiale avvenne con una manifestazione tenuta nell’Aula Consiliare della Provincia di Ancona. Intervennero il Presidente della Provincia Dr. Borioni ed il nostro amato Sindaco Prof. Alfredo Trifogli.

Dopo il saluto del Dr. Orlando Orlandi Presidente della Sezione C.A.I. di Ancona, l’allora Assessore al Turismo del Comune di Genga, il Dr. Coriolano Bruffa,  parlò sul tema:”Le iniziative regionali per la valorizzazione a scopo turistico della zona speleologica di San Vittore di Genga“.In questa occasione si ufficializzò praticamente il progetto di rendere fruibile la Grotta Grande del Vento da parte del già costituito Consorzio Frasassi. Maurizio Bolognini, tra la soddisfazione di tutti noi, presentò ufficialmente la grotta scoperta che allora risultava la più lunga d’Italia.

Il Dr. Gino Coppola, assistente di Geologia e Litologia all’ Università di Ancona, parlò sul tema:
“Carattere sportivo e didattico della Speleologia”.

La prima giornata si concluse con una relazione di Giancarlo Cappanera sul tema:
La Speleologia come esperienza di vita

Gli interventi furono corredati dalla proiezione di diapositive sulla Grotta Grande del Vento e dai lungometraggi a colori “Lumen zero” e “L’orso delle caverne”.

Nella seconda giornata, il 15 marzo, Mario Marchetti, con un emozionante discorso, celebrò il 25° anniversario della fondazione tracciando la storia del G. S. M. dal 1948 al 1973.

La relazione scientifica ufficiale fu tenuta dal geologo Dr. Giuseppe Gambelli sul tema:
“Testimonianze sulle moderne interpretazioni del fenomeno carsico di Frasassi prodotto dall’incontro di acque mineralizzate”.

Personalmente ebbi la grande soddisfazione di riuscire a fare intervenire il Dr. Arrigo Cigna, Presidente della Società Speleologica Italiana, che parlò su “La situazione ed i problemi attuali della Speleologia italiana”. Con lui, il Prof. Alfred Boegli dell’Università di  Lucerna, massimo esperto mondiale di carsismo. Quest’ultimo confermò in toto la teoria di Giuseppe Gambelli sulla genesi chimica della grotta trovata da Rolando Silvestri. Intervennero anche qualificati rappresentanti di numerosi gruppi speleologici italiani.Unitamente alla Rassegna organizzammo una mostra fotografica abbinata al primo concorso “S. Vittore di Genga” con l’esposizione di  reperti speleologici negli spazi messi a nostra disposizione ad Ancona nel centro di Piazza Roma.

Considerazioni finali:

Il mio racconto finisce qui, all’inizio del nuovo millennio. Da allora, l’attività del G.S.M. è continuata con tante altre scoperte e manifestazioni che spero si possano riassumere, almeno in questa forma, in futuro.

Desidero solo evidenziare il fondamentale contributo dato dagli speleologi del C.A.I. di Ancona alla realizzazione del Parco del Conero e alla sua salvaguardia speleologica.

Mi chiedono spesso quali vantaggi abbiamo ottenuto dopo la scoperta della Grotta del Fiume e della collegata Grotta Grande del Vento: non ne abbiamo chiesto nessuno! Dal magnifico territorio di Frasassi abbiamo preso solo fotografie e lasciato soltanto le impronte dei nostri scarponi.

La soddisfazione di quello che abbiamo fatto ci è bastata.

Infatti il risultato del nostro lavoro è stato il punto di partenza per il riscatto economico del territorio di Genga, già allora tanto bello ma poverissimo che, in seguito alla nostra scoperta, si è sviluppato in una comunità molto prosperosa traendo profitto dal fatto che le Grotte di Frasassi sono divenute uno dei poli più importanti del turismo marchigiano, oltre che un vanto del nostro patrimonio naturalistico italiano.

Veramente il Consorzio Frasassi, solo sull’onda del clamore mediatico suscitato dal 25° anniversario della scoperta principale, ahimè molto tardivamente, ci ha omaggiato di una medaglia e di una graziosa creazione artistica in ricordo.

Nel 2013, finalmente dopo 42 anni da quell’indimenticabile 25 settembre 1971, esaudendo il nostro più grande desiderio e riconoscendo moralmente che sono stati gli speleologi del Gruppo Speleologico Marchigiano di Ancona a scoprire il complesso carsico Fiume-Vento di Frasassi, il Consorzio che gestisce le grotte stesse, tramite la sensibilità del suo nuovo Presidente Gen.Cecchi, ha inviato a tutti noi scopritori una preziosa tessera personale d’ingresso gratuito a vita alla Grotta Grande del Vento di Frasassi.

Come seguito a questo formale riconoscimento, nel 2016 in occasione dei festeggiamenti per 45° anniversario della scoperta, allo scopritore Rolando Silvestri ed a tutti gli altri esploratori del G.S.M, il Consorzio Frasassi ha consegnato il prestigioso premio “Gocce d’argento”.

La nostra città, Ancona, ci ha invece ringraziato tutti conferendoci – il 4 Maggio 1997  l’alto onore di un attestato personale di “Civica Benemerenza”, del quale andiamo tutti orgogliosissimi: io (Giancarlo Cappanera), Rolando Silvestri, Pietro Pazzaglia, Leonardo Rotini, Fabio Sturba, Maurizio Bolognini, Giuseppe Gambelli, Gianni Cieri, Claudio Santolini, Costantino Cioffi, Mauro Bolognini, Stefano Fiori, Fabio Bentivoglio, Giorgio Lacopo, Mario Pia, Roberto Ragaglia, Franco Ranzuglia, Alberto Copparoni, Massimo Cartechini, Riccardo Bartulucci, Mauro Bolognini, Roberto Ronchitelli, Bizzarri Vittorio e Gianfranco Baiocco.

(Giancarlo Cappanera)

 ALTRI  SPELEOLOGI (NON TUTTI)  CHE  FINO AGLI ANNI SETTANTA  HANNO  CONTRIBUITO,  CON NON  MENO  PASSIONE,  A  RENDERE  UNA  MERITORIA   ASSOCIAZIONE  IL

                     “GRUPPO SPELEOLOGICO MARCHIGIANO”

Gioacchini Maurizio,   Simoncini Lamberto,   Roberto Recchioni,   Pergolotti Giorgio,   Casoli Piergiorgio,   Bocchini Rolando,    Santucci Giuliano,    Mengarelli  Alberto,    Bocchini Rolando, Sabbatini Sergio, Ruffini Rolando, Ferretti Maurizio, Nicolini Sergio, Gagliardi Simona, Locchi Giorgio, Alessandro Pazzaglia, Alberto Recanatini, Claudia Sandroni, Fabrizio Strappa, Cecilia Totti, Andrea Pazzaglia, Mara Santolini, Carlo Rossi, Sandra Sasso, Gabriele Pietroni, Walter Zambianchi.

Vedi in un’altra sezione di questo sito le foto storiche del GRUPPO SPELEOLOGICO MARCHIGIANO
Agg. Marzo 2017

Allegato : La prima relazione ufficiale sulla scoperta inviata alla “Rassegna Speleologica Italiana”.

RASSEGNA SPELEOLOGICA ITALIANA

ORGANO UFFICIALE DI STAMPA DEI GRUPPI GROTTE ITALIANI

ANNO XXIV – Fascicolo 1 – Febbraio 1972

Marche:la più lunga grotta italiana

In fatto di cavità di grandi dimensioni pare che l’area umbro-marchigiana, la quale sino a qualche anno or sono non primeggiava certamente in fatto di grotte di notevole sviluppo o profondità, abbia ancor molto da dire, a giudicare dal modo con cui è balzata prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi.

Dopo le rilevanti scoperte degli speleologi perugini, iniziate nel 1967 e tuttora non esaurite, nella Grotta di Montecucco in Umbria – passata dopo quasi ottantanni di visite turistiche da cavità pressoché pianeggiante lunga qualche centinaio di metri ad una delle maggiori voragini per profondità e sviluppo in campo nazionale ed internazionale è ora la volta di una cavità marchigiana la quale, se saranno confermati dai rilievi strumentali definitivi i primi dati sommari, si piazza al primo posto per

sviluppo tra le grotte italiane. Anche in questo caso si tratta di una cavità già da tempo conosciuta e meta di molteplici escursioni da parte degli speleologi delle regioni limitrofe, costituita da ambienti grandiosi e adorna di stupende concrezioni. 

Facendo seguito allo stringatissimo annuncio comparso sul numero scorso, siamo ora in grado di parlare più compiutamente di questa importante cavità, riprendendo un comunicato ufficiale a firma di Giancarlo Cappanera e Giuseppe Gambelli, inviateci dal Gruppo Speleologico Marchigiano C.A. I. di Ancona:

«Dopo una serie di ricerche geologiche il Gruppo Speleologico Marchigiano decideva di battere minuziosamente il Monte Valmontagna (m 900), un massiccio presso S. Vittore in Genga, nella Gola di Frasassi, assai nota tra gli speleologi italiani per le sue grotte. A seguito di queste ricerche, il 25 settembre 1971 alcuni giovani  rintracciavano l’apertura di una nuova cavità, subito chiamata Grotta Grande del Vento.

In una successiva uscita, dopo un percorso di cento metri tra corridoi e piccole sale, ci trovavamo di fronte ad un gigantesco baratro, il Pozzo Ancona, nel quale scendevamo per 110/n nel vuoto: alla base le nostre luci non ci permettevano di intravvedere le pareti della sala che avevano raggiunto e rivelatasi poi al rilevamento esser lunga 180, larga 150 ed alta oltre i 7 O m. Le ulteriori esplorazioni sono state per noi emozionantissime: camminavamo per chilometri entro sale di 50, 100 200 m di lunghezza, ricche di eccezionali concrezioni alabastrine; nelle caverne maggiori abbiamo trovato stalagmiti gigantesche alte dai 10 ai 15 m e con diametro di base di oltre 5.

Nei primi giorni del 1972 una squadra di speleologi del C.A.I. Fabriano, prendendo le mosse da esplorazioni precedenti, scopriva una strettoia lunga circa 100 m che unisce la Grotta Grande del Vento con il ramo scoperto nel 1971  dallo Speleo Club “Città di lesi” nella già nota Grotta del Fiume. In tal modo  il complesso ipogeo diventava veramente grandioso e, rimettendoci esclusivamente alle parti fino ad ora esplorate,siamo giunti alla conclusione che eravamo di fronte al sistema carsico più lungo d’Italia: oltre 12 chilometri.

Per accennare brevemente dal lato geologico all’origine della cavità, è necessario considerare la serie stratigrafica marchigiana, nella quale, sotto al  calcare massiccio, giace un sedimento evaporitico (anidrite, come verificato dalle perforazioni dell’AG I P nei Pozzi Fossombrone e Burano I) attraversato da una falda artesiana che rende l’acqua mineralizzata. La risalita di acque sulfuree è stata poi favorita in questa zona da discontinuità tettoniche quali faglie e diaclasi.

Dai primi filetti idrici risalenti lungo i piani di discontinuità, si passa gradualmente a delle vere condotte forzate del diametro di 3-4 m. A queste si deve la formazione della struttura base, dello scheletro del sistema ipogeo che dovrebbe aver interessato tutta la formazione del calcare massiccio. Successivamente con l’abbassamento del livello di base e la rottura del manto marnoso (rosso ammonitico) è iniziata la fase di percolazione dell’acqua verso livelli inferiori, lasciando emergere il grandioso fenomeno ipogeo.

Dapprima la dissoluzione della roccia faceva crollare i diaframmi tra le varie condotte, creando le prime paleosale, mentre in un secondo tempo è avvenuto uno sprofondamento alla base di queste, sia per l’azione delle acque che per la attività del torrente Sentine, che ora taglia a metà la Gola di Prosassi. Testimonianza di questo continuo franamento e conseguente allargamento delle paleosale si ha alla base del Pozzo Ancona, ove si rinvengono blocchi di gesso residui delle condotte franate durante l’allargamento del pozzo stesso.

La grotta si presenta in tutta la sua grandiosità già sul ciglio del pozzo. Questo presenta netti segni di sprofondamenti avvenuti lungo tutte le pareti; si notano infatti condotte forzate che vi si immettono, formazioni e resti più arretrati delle condotte che sprofondando hanno dato origine alla voragine. Esso ha la forma di un imbuto rovesciato e lungo le pareti sono evidenti pseudo giunti di stratificazione, caratteristici del calcare massiccio; ciò è evidenziato dal fatto che nella parte superiore è assente ogni tipo di concrezione. La base è rap-presentata da una frana che declina da Est ad Ovest: verso la fine lo stillicidio della volta ha formato una serie di immense stalattiti, tra cui una alta 12 m ed in pendenza naturale di 15 gradi. Nella sala, oltre ad eccezionali formazioni stalattitiche, esistono colate bianchissime di calcite che determinano vari laghetti.

Dove termina la grande frana inizia una serie di passaggi che portano in grandiose sale, ricche di enormi spessori di gesso; la maggiore di queste, lunga 200 m e larga 50, è impostata su una diaclasi ben visibile in una parete di 40 m non ancora franata.

Ad un certo punto durante le esplorazioni ci siamo accorti che le concrezioni cessavano improvvisamente, mentre riapparivano evidenti le solcature causate dall’acqua solfurea sulla roccia. Continuando si attraversano ancora grandiose sale, parallele a quella di duecento metri di lunghezza, separata le une dalle altre da giganteschi diaframmi.

Tra queste una ha come pavimento una frana inclinata verso Nord che finisce in un pozzo di 25 m di diametro e profondo 30; alla base si trovano una serie di vasti laghetti, separati tra di loro da diaframmi di roccia, con uno spessore d’acqua di oltre 30 m: questi rappresentano l’attuale livello di base del complesso. Nella cavità esistono diversi piani posti ad una quota tra i 50 ed i 70 m superiore a quella dei laghetti di fondo: si tratta evidentemente di antichi livelli di base.

In alcune sale sono stati trovati inoltre probabili filoni di solfato di rame e di rame nativo, attualmente oggetto di analisi presso l’Università di Bologna».

Per concludere questa notizia vorremmo sottolineare alcuni punti. Anzitutto occorrerà attendere il completamento e la stesura del rilevamento topografico per conoscere l’esatta consistenza metrica di sviluppo della cavità. In ogni caso la rilevante estensione è data non da una singola grotta, ma bensì dall’unione di due cavità, la nuova Grotta Grande del Vento e la vecchia Grotta del Fiume, per cui sarà bene tener presente questo fatto nella nomenclatura, indicandola quindi come Complesso sotterraneo Grotta del Fiume-Grotta Grande del Vento mantenendo i nomi delle due grotte per le singole parti.

Condividiamo infine appieno l’appello della Federazione Speleologica Marchigiana rivolto a tutti i colleghi italiani affinchè, oltre allo studio della grotta, elaborino in particolare al rispetto ed alla salvaguardia delle sue singolari bellezze.

La Redazione dì R.S.I.

 

 

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